Dialoghi - Barbara
Haukland. Foto: Barbara Vigolo

Haukland. Foto: Barbara Vigolo

Una delle cose che amo di più delle terre artiche è la loro capacità di far risvegliare quell’istinto primordiale e selvaggio che solitamente dorme assopito nelle nostre routine quotidiane. Il focus si sposta dal mandare questa o quella mail in orario a cercare di misurare quanto freddo il nostro corpo possa reggere prima di cedere il passo al congelamento. Un po’ come se la nostra vita di tutti i giorni, dipinta in colori pastello soffici e confortevoli come in un quadro di Seurat, si tramutasse in un Mondrian dalle linee squadrate e dai colori basici ma decisi che ti colpiscono con un pugno in faccia non appena passato il circolo polare artico.

Questo stile diretto, intenso e deciso è anche lo stile di Barbara Vigolo, la nostra ospite di oggi (e qua il link agli ospiti passati!). Se seguite su Instagram vari hashtag a tema aurora, di sicuro una delle sue fotografie sarà arrivata fino a voi e di sicuro avrete trattenuto il vostro dito dallo scorrere per qualche secondo in più del solito.

Se la maggior parte delle foto di artico e aurora vogliono colpire e sorprendere senza avere davvero un’anima, le sue foto vogliono comunicare e raccontare storie senza preoccuparsi del numero di likes ed è proprio per questo che vibrano in maniera diversa. Un’anima queste foto ce l’hanno eccome, e guardandole si provano davvero le emozioni più diverse che solo a certe latitudini si possono sperimentare. Ed è proprio per questa sua capacità di tradurre vibrazioni artiche in fotografia che ho voluto contattare e collaborare con lei nella rubrica dei Dialoghi Boreali!

Due cose prima di lasciarle la scena: come vedremo, Barbara è molto di più di una fotografa di viaggio e vale davvero la pena leggere la sua bio sul suo sito. Ve lo suggerisco caldamente, anche perché le domande toccano molti argomenti discussi in quella sede.

Infine, pubblicherò i miei dialoghi con Barbara in due puntate: come vedrete c’è molto da dire e voglio dare alle domande generali e quelle particolari il giusto peso e la giusta dose di attenzione. Si parla di concetti interessanti e profondi che hanno bisogno del giusto tempo per coglierne il significato pieno. Detto ciò, buona lettura! Sono estremamente soddisfatto di questi dialoghi e spero vi piacciano!

Grazie ancora a Barbara per la partecipazione!

Edo: Ciao Barbara, benvenuta su SafariBoreali! Prima di cominciare con le domande “intense”, sono solito chiedere all’ospite di presentarsi, ma la bio sul tuo sito è già molto completa. Quindi parto proprio da lì dove leggo che per te le vacanze all’avventura rivestono tanta importanza quanto quelle culturali anche per colmare la tua fame di antropologia e teologia. Come riesci a bilanciare questi due bisogni sostanzialmente opposti come l’andare in terre sostanzialmente deserte e poi trovarsi nel mezzo, per esempio, di Norimberga?  

Barbara: Ciao Edoardo, un saluto a te ed ai lettori dei Dialoghi Boreali, grazie per questa bella opportunità di condivisione!
In realtà non esiste una sola risposta, piuttosto un insieme di ragioni, ma partiamo con ordine. Il desiderio che mi spinge verso le mete urbane è dettato dalla curiosità antropologica. Un po’ come quando da bambini chiedevamo sempre “perché?” e non ci accontentavamo di risposte spicciole. Essendo nata in una città di confine da genitori di nazionalità diverse, ho sperimentato fin dall’infanzia il fascino del “miscuglio”.

Nelle differenze ho sempre visto preziosi elementi di condivisione. Pur vivendo in un mondo globalizzato, possiamo ancora apprezzare le diversità socio-culturali attraverso alcuni semplici elementi come la lingua, l’architettura, i culti, la gastronomia o le attività che prevalentemente occupano le nostre vite. Ecco che una chiesa, un cibo, un idioma subito assumono il ruolo di veicolo per proiettarci in realtà talvolta simili, altre volte agli antipodi rispetto a quella a noi conosciuta.

Prendiamo come esempio una cosa semplice, che viene fatta praticamente in tutto il mondo: il pane. Ognuno lo prepara e lo cuoce in una maniera diversa, già solo nello stesso paese varia da regione a regione. Allora entrano in gioco la curiosità e l’interazione, che diventano uno spunto per la comprensione reciproca, ma anche per la crescita. Se in passato i nostri avi non avessero viaggiato, non avrebbero potuto interagire e mettere a punto nuove metodiche per perfezionare il proprio operato. Questo è il progresso e possiamo ripercorrerlo grazie alla storia. Noi viviamo di storie, le viviamo con la fotografia, con il cinema, con l’arte, con la letteratura.

Ci piace raccontare e farci raccontare storie, soprattutto quando queste sono particolari e ci riportano ad essere bambini, per l’appunto. Ecco che per me scoprire un sotterraneo che fungeva da rifugio o da via d’accesso segreta per un palazzo (vedi complesso Kleine Berlin a Trieste) oppure la leggenda che si cela dietro ad un misterioso orologio (vedi Orologio Astronomico di Praga), automaticamente mi proiettano in altre epoche e mentalità.

Tutto questo permette di comprendere le ragioni profonde dello sviluppo odierno delle regole sociali delle usanze che caratterizzano il paese visitato. In sintesi, ricollego tale curiosità all’inconscio collettivo junghiano: ci sono alcune necessità che ci accomunano tutti, ma ciascuno di noi trova il modo di esprimerle o soddisfarle in maniera diversa e adatta alle proprie esigenze, risorse, territorio, ecc. e io sono curiosa di scoprire qual è questo modo!

Qui entra in gioco il secondo fattore: la natura. Rimanendo sempre in tema antropologico, questa riveste un ruolo essenziale nello sviluppo di quanto sopracitato. La popolazione che vive in aree geografiche specifiche, ha scelto di farlo nel corso del tempo? Vi è stata costretta? Perché l’ha fatto? Si comprende molto del carattere e dello sviluppo proprio da questo elemento. Ovviamente non voglio ridurre tutto ad uno stereotipo, sarebbe semplicistico.

Lavorando in ambito scientifico, ha scatenato la mia curiosità anche leggere studi in cui si riscontra la manifestazione di polimorfismi genetici o differenziazioni specifiche nel microbiota intestinale in base all’appartenenza della popolazione studiata, tutto questo in relazione al luogo in cui essa vive e alle usanze alimentari collegate ad esso. Stiamo parlando di secoli di evoluzione. L’esempio certamente più noto e più eclatante a tal riguardo è il polimorfismo del gene LTC, preposto all’assimilazione del lattosio, presente in quasi il 70% della popolazione mondiale, ma con interessanti differenziazioni su base geografica.

Passando invece all’ultima e personalissima scelta che mi spinge verso le mete naturalistiche in terre deserte: il silenzio dell’umanità. Lavoro con le persone, sono a stretto contatto con esse praticamente sempre e di contro apprezzo moltissimo la pace, la solitudine ed il silenzio dell’elemento umano, potendo udire tutti i suoni della natura. Godere di questi in totale distacco mi permette di vivere un’interconnessione con la nostra madre terra, tale da darmi una sensazione di pace e libertà.

Spesso temiamo di rimanere soli o l’idea di viaggiare soli, certo, condividere con chi amiamo è indubbiamente qualcosa di meraviglioso, ma a volte avere il coraggio di sperimentare senza qualcun altro, ci permette di provare un contatto totale con la natura e comprendere che non siamo realmente soli, ma connessi in maniera più ampia con il mondo che ci circonda.

La prima aurora! Foto: Barbara Vigolo

La prima aurora! Foto: Barbara Vigolo

SafariBoreali è un blog che tratta di paesi e viaggi artici ma che soprattutto parla di aurora: mi racconteresti cosa è l’aurora boreale per te, dove l’hai vista per la prima volta e cosa hai provato?

Per me si tratta di pura magia. Sensazioni che è impossibile descrivere, non perché non ci siano aggettivi, anzi, è che bisogna provarle, non si tratta solo di quello che si vede con gli occhi, ma anche e soprattutto di ciò che si avverte sulla propria pelle, l’aria, i suoni, tutto l’insieme. Ricordo la primissima volta: è stata una sorpresa senza precedenti. Ero giunta alla fine di una giornata molto faticosa, stavo rientrando al mio cottage, erano da poco passate le 22. Il bollettino aveva previsto scarsa, se non nulla attività geomagnetica per quella notte. Avevo già messo via il cavalletto e la macchina fotografica, non ci pensavo nemmeno, non vedevo l’ora di mettermi a letto.

Ad un certo punto, durante il tragitto mi è venuto molto sonno, mancavano pochi chilometri, ma rischiavo di addormentarmi. Così ho deciso di fermarmi lungo il percorso. Mi scocciava uscire, la temperatura era di -30°, ma sapevo che il tepore della macchina non mi avrebbe aiutata. Così, controvoglia, ho aperto la portiera e sono scesa. Nei giorni precedenti più volte ho atteso all’aperto con il naso all’insù, ma ho potuto scorgere solo un’infinità stelle brillantissime, non disturbate dall’inquinamento luminoso a cui sono abituata in città, già questo uno spettacolo senza precedenti.

In quei giorni ricordo che mi sono chiesta “Chissà se è poi così verde sta aurora boreale…” Verde? In un solo istante sopra di me c’erano tutte le sfumature di verde, giallo, viola, rosso, rosa e si muovevano ad una velocità incredibile. Non potevo credere ai miei occhi! Ancora mi emoziono quando ci penso. Sembra un’esplosione silente, il cielo che va a fuoco, una rapida danza armoniosa. Questo succedeva nel tragitto tra Kiruna e Björkliden, vicino ad Abisko. Da quel momento ho avuto la fortuna di ammirarla altre 9 volte nei complessivi 16 giorni passati al di sopra del Circolo Polare Artico.

Le più spettacolari però sono state quelle viste tra Skarsvåg e Nordkapp. Il cielo lì appariva limpidissimo, talmente aperto che per la prima volta in vita mia ho percepito il reale significato di “volta celeste”. La curvatura dell’orizzonte osservabile ad occhio nudo permetteva l’estensione dell’aurora che si espandeva immensa da un capo all’altro. In quel luogo ricordo che mi sono allontanata per rimanere sola e mi sono trovata immersa nel gelido clima del deserto di Magerøya.

Sopra la mia testa stava silenziosamente esplodendo quella tempesta di colori scatenata da Revontulet, la volpe della leggenda Sami e ho capito che quella era vita: avere la pelle tutta secca e piena di spaccature, sentire il freddo penetrarmi nelle ossa, sentire di essere completamente soggiogata dalla natura dopo essermi spinta ai confini di quelle terre selvagge. Tutto ciò mi rendeva viva, mi rendeva totalmente a contatto con gli elementi. Ho capito che noi siamo fatti per godere di ogni singolo istante e che esistiamo per condividere ciò che viviamo. Ho provato un profondo senso di pace.

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